Brutto? Ci piace!

Bello o brutto? Questo tema è oggetto di discussione da diverso tempo e ciclicamente ci si ritrova al punto in cui il l’estetica e i canoni di giudizio si ribaltano, l’oggettivamente brutto diventa soggettivamente bello.

L’estetica del brutto, o ancor meglio la non estetica, intesa come affermazione e esaltazione di elementi disturbanti, disarmonici si è diffusa e ha preso piede nel fashion system grazie a colossi della moda: Miuccia Prada in primis seguita da Alessandro Michele e Demna Gvasalia che con Vetements ha voluto compiere una azione di rivalutazione del povero, del disadattato.

Non mancano esempi di questo anche nella storia della moda degli ultimi decenni, basti pensare a tutti gli anni 90 in cui il grunge ha imperato: la moda di Seattle, della provincia americana, quella più povera, diventa cult, dilaga insieme alla voce di Kurt Cobain.

Negli stessi anni assistiamo alla trasformazione e distruzione della silhouette classica ad opera di Rei Kawakubo, che fa sfilare a Parigi abiti che deformano il corpo, andando a deturpare la figura classica e inventando un nuovo concetto di moda: il disturbo che diventa oggetto di desiderio.

Non è però nulla di nuovo nemmeno per quegli anni: pensatori e artisti sono attratti dal brutto da oltre un secolo.

Il filosofo tedesco Karl Rosenkranz ha coniato il termine “estetica del brutto” nel 1853.
Nei primi anni del secolo sono gli espressionisti viennesi come Oskar Kokoschka, Egon Schiele e Gustav Klimt a sfidare i canoni estetici tradizionali, mettendo in discussione l’assioma per cui la bellezza fosse il fine ultimo dell’arte.

Proprio qui risiede il punto debole della bellezza: spesso è troppo serena per essere ricordata. Gratifica, rassicura, piace. Dona tranquillità a chi la osserva, senza bisogno d’impegnarsi. Il bello in ogni sua declinazione piace con troppa facilità: è l’estetica della maggioranza della popolazione e mai di chi sta ai margini. La bellezza ha il difetto di piacere con troppa facilità alle masse, mentre la bruttezza ha il potere di sovvertire questo meccanismo e diventare emblema dell’estremo. Detiene il potere di mutare, di ribaltare opinioni e gusti di chi osserva: nulla diventa più attraente e desiderabile di questo se paragonato ad una banale, scontata bellezza

Se ci basiamo su questo concetto e analizziamo la moda e le tendenze dello scorso secolo ci accorgiamo che ciclicamente il brutto, il disadattato, fanno capolino e diventano tendenza imperante. Dal punk, all’hard core, passando per lo street style più estremo, o al sopracitato grunge, ed è qui che la controtendenza ciclicamente diventa tendenza: Kate Moss è icona della (contro)tendenza Heroin Chic che dilaga alla fine degli anni ottanta in contrapposizione con la bellezza delle supermodelle bling.

Ma torniamo a giorni nostri e analizziamo i due fenomeni Alessandro Michele e Demna Gvasalia nell’ottica di un conformismo anticonformista, una necessità ricorrente per colmare il bisogno di dissenso delle masse, che ci porta a credere che andare volutamente contro il sistema a colpi di stravaganze stilistiche possa essere la chiave del successo.

Non siamo pecoroni, siamo…mainstream. […] La cultura del mainstream, pur nella sua evoluzione, è quella del Mondo nuovo di Aldous Huxley (libro del 1932), un mondo dove la gente perde ogni idea di responsabilità personale perché chi comanda gli consente una vita di completa libertà riguardo a lavoro, sesso, droga e consumismo“*.

*Imperfezione: il fascino discreto delle cose storte, M. Claudia Rampiconi, p.16, Castelvecchi Editore 2005 Roma

Gucci e Vetements ci hanno fatto credere, sapientemente, che indossare quello che vogliamo, come vogliamo, abbinandolo come nessuno l’avrebbe mai abbinato ci avrebbe resi unici e reazionari, degli unicorni in mezzo al grigiore delle città. Ma un cambio di estetica così radicale non è sufficiente a cambiare il mondo, non è nulla se non è associato e seguito da una credenza, un filosofia, un pensiero collettivo che supporti questo drastico cambiamento. Senza tornare troppo indietro nel tempo pensiamo ai grandi mutamenti del mondo che hanno cambiato anche il nostro modo di vestire, dai moti del 68 che hanno visto fiorire Yves Saint Laurent con la sua estetica ribelle, dal dilagare dell’hiv a fine anni 80 che ha visto abbandonare il massimalismo per una moda super minimale. Su questo argomento abbiamo già discusso poche settimane fa nell’articolo Tendenza Moda anni ’90 analizzando le motivazioni dei cambiamenti del decennio scorso.

E’ proprio Lotta Volkova, collega di Demna Gvasalia, a ricordarci quanto “punk fosse la gente punk” alla fine degli anni 70. Sì erano decisamente punk, vestivano punk, ascoltavano punk, vivevano punk, credevano nel punk: vestivano seguendo una precisa e forte ideologia che li portava a voler sovvertire l’ordine e il loro abbigliamento ne esaltava lo spirito. Che senso ha vestirsi in maniera sovversiva e controtendenza se non si vuole cambiare proprio nulla? Il concetto di ribaltare l’ordine sparisce e l’unico impulso che ne resta è quello del consumo.

Oggi come oggi le due (contro)tendenze che imperano sono quindi quelle dettate dal massimalismo punk romantico nerd anni ottanta di Gucci che nulla si fa mancare in passerella e dal finto povero trasandato post sovietico Vetements, che fa sfilare tutto quello che potremmo vedere addosso ad un tizio qualunque di qualunque periferia del mondo. Ambedue apparantemente disadattati al punto giusto e vincenti.

Questi due brand sono diventati sinonimo, in maniera diversa, di quello che oggi come oggi è considerato di moda, haute couture per le masse andando a colpire proprio l’immaginario di quegli adolescenti (e non) in piena crisi d’identità con oggetti e soluzioni che sarebbero sicuramente ritenute interessanti, attraverso appunto un estetica della non estetica, un’esaltazione di quello che fino a poco tempo fa avremmo considerato, senza dubbio, brutto.

Prendiamo ad esempio i nuovi idoli della musica trap, seguitissimi degli adolescenti, vestiti da capo a piedi Gucci e Vetements, che cantano canzoni in molti casi prive di alcun significato.

Ovviamente per far funzionare il meccanismo, i prezzi di queste creazioni sono alle stelle, per non far mancare l’hype, l’esclusività, il brivido che regala avere un capo così costoso. Ma questi sono tutti sintomi di desiderabilità, non i suoi catalizzatori.

Il gusto è soggettivo, ma si basa su criteri oggettivi che lo formano: qualità come proporzioni e misure. L’architettura classica appare immediatamente bella perché queste costruzioni sono state erette pensando alle proporzioni del corpo umano e il nostro inconscio le considera oggettivamente belle. Al contrario, gli abiti sproporzionati e informi di Vetements non seguono minimamente questo proporzioni e di conseguenza non possono che non apparire ai nostri occhi brutti. Ma forse è proprio questo il punto: la bruttezza è esattamente ciò che rende questo brand così unico, e quindi desiderabile.

Bhè non ci resta che acquistare a 168 dollari gli “extreme cut out jean” di Carmar, e continuare a guardare con ammirazione il brutto che ci circonda.
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Categories: fashion/trend