Coronavirus e social: la comunicazione e le epidemie

Le epidemie hanno sempre portato caos nella società. L’allarmismo è la miccia che scatena panico, gettando tutti nello scompiglio. Nasce così la necessità di avere informazioni, ma non sempre quest’impresa risulta semplice. Nella storia, sono numerosi i casi in cui la comunicazione ha generato eccessivo terrorismo o al contrario ha minimizzato il problema; in entrambi i casi, si distorce la realtà. La comunicazione è uno strumento molto potente, che può essere usato tanto per informare quanto per diffondere informazioni errate. Vediamo alcuni casi dal passato fino ad oggi.

L’HIV è stata una delle malattie più temute. I primi casi di HIV si manifestarono nel mondo gay negli anni ‘80 negli Stati Uniti. Il New York Times a tal proposito pubblicò l’articolo “Raro cancro osservato in 41 omosessuali”. Da questo momento l’HIV fu etichettato come “la peste gay”, nonostante ci fossero stati casi eterosessuali. L’allarmismo fatto su questa malattia portò ad una vera e propria sierofobia!. Poiché ancora le masse non avevano idea di come si trasmettesse l’HIV, nacquero campagne pubblicitarie con l’obiettivo di informare e istruire il pubblico. A Londra nel 1987 fu realizzata una campagna informativa nominata Don’t Die of Ignorance: questa campagna includeva pieghevole distribuito a tutte le case del Regno Unito, con informazioni igienico-sanitarie specifiche per tatuatori e parrucchieri. Ciò ispirò la prima campagna Italiana contro l’Aids del Ministero della Sanità del 1988, apparsa in tv con un spot in cui il virus era rappresentato da un Alone viola e il claim recitava: “Aids se la conosci la eviti, se la conosci non ti uccide”. Successivamente, non ci si limitò a informare, bensì nacque l’esigenza di sensibilizzare il pubblico. Un esempio è la campagna pubblicitaria realizzata dal marchio Benetton: Oliviero Toscani ci propone uno scatto cui un malato di Hiv è ritratto come un Cristo deposto in un letto d’ospedale, circondato dall’affetto dei familiari. Nel 1984 fu finalmente individuata la causa del virus e si iniziò a cercare una cura a questa epidemia. Ora l’obiettivo principale era informare la popolazione su questa pandemia, per allontanare tutti i pregiudizi correlati. Molti artisti e personaggi famosi hanno contratto questo virus e si sono fatti a loro volta portatori di un messaggio di speranza e di lotta verso questa piaga. Ad esempio, Keith Haring, padre della street art e dei graffiti, lottò a lungo con la malattie e questo lasciò un segno indelebile nelle sue opere. Altro esempio fu il famoso giocatore di basket Magic Johnson, che al culmine della sua carriera sportiva decise di annunciare il proprio stato sierologico alla stampa, diventando simbolo e ambasciatore della lotta contro l’AIDS. Anche i Queen nel 1992, dopo la prematura scomparsa di Freddie Mercury, decisero di tenere uno dei concerti più memorabili, The Freddie Mercury Tribute Concert for AIDS Awareness, che mirava a raccogliere fondi per la neonata Mercury Phoenix Trust, l’associazione per la lotta contro l’AIDS.

La triste verità è che nonostante anni di campagne pubblicitarie e di testimonianze, tuttora oggi c’è paura e pregiudizio. Ogni qualvolta che si è presentato un problema a livello sanitario globale, il mondo ha risposto non solo con campagne ad hoc ma anche con una comunicazione trasversale. Tutto inizia nella maniera più tradizionale, attraverso i giornali, come ad esempio nel 2006 quando diversi quotidiani ci fecero conoscere il virus dell’AVIARIA, cercando di evitare il panico e per informare sulle misure di sicurezza. Con il tempo l’informazione in merito assunse connotazioni diverse e particolari, ad esempio nel 2017 venne inaugurato la mostra Can graphic design save your life? ideata da due graphic designer, Lucienne Roberts e Rebecca Wright, che propose un’ampia raccolta di giornali, manifesti e altre testimonianze, evidenziando come negli anni la comunicazione persuasiva abbia condizionato la nostra percezione delle malattie. Ad esempio la mostra presenta una foto di un murales, realizzato nel 2014 per informare sui sintomi causati dall’EBOLA.

Oggi, invece, stiamo combattendo contro il CORONAVIRUS. A differenza delle altre pandemie, questo virus ha avuto un impatto sociale molto forte a causa delle discussioni nate sui social. Possiamo parlare della prima epidemia a livello globale nell’era dei social networks. L’atteggiamento nei confronti di questo virus ci pone di fronte ad un fenomeno interessante da analizzare sotto l’aspetto antropologico: da una parte vediamo una propria epidemia social che ha generato una “pandemia di odio” contestualmente al prolificare di tantissime fake news e dall’altra coloro che invece difendono, attraverso una campagna di sensibilizzazione nata su Instagram, utilizzando l’hashtag “io non sono un virus”. In quest’ultimo caso vediamo le vittime del cyberbullismo diventare testimonial in prima persona di una campagna che è subito diventata virale e sta aprendo gli occhi al mondo sulla follia che sta dilagando intorno a questa malattia, specialmente sui social.

In un’intervista rilasciata ad AdnKronos Salute, lo psichiatra Claudio Mencacci, direttore del Dipartimento di Neuroscienze e Salute mentale dell’Asst Fatebenefratelli-Sacco di Milano ha spiegato che la rete è purtroppo sempre più sorda alle ragioni della scienza. Tutto ciò porta allo sviluppo di un’epidemia di paura e a una proliferazione di paranoie che, se non si porrà rimedio, potranno dar vita a un mondo privo di logica:

Un mondo immaginario dove la Terra è piatta e nessuno è mai arrivato sulla Luna. Oppure, come in questo caso, dove c’è il ‘diverso’ che porta malattie, o il ‘cattivo’ che si nasconde dentro un laboratorio e per casualità, distrazione o interesse lascia scappare un virus nemico dell’umanità. (Da inserire come citazione)

Infondo ogni tempo ha avuto il suo modo per raccontarci delle malattie, vi ricordate Alessandro Manzoni e la peste raccontata nei Promessi Sposi? Allora si usavano i libri per raccontare il mondo, oggi è tutto più veloce con i social.

 

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Nel 2020 le persone vengono giudicate ancora una volta solo per le proprie origini e non per quello che sono realmente. Vi auguro di non provare mai quella sensazione di emarginazione che ho provato io sabato sera, quando sono uscita e nel giro di pochi minuti ho incontrato ragazze che si sono alzate dalla panchina e allontanate nel momento in cui dovevo passare, ragazzi che mi fissavano e mi criticavano e un gruppo abbondante di 11/12enni che vedendomi dall’altra parte del marciapiede mi hanno chiamata “coronavirus” e hanno iniziato ad urlare come in un film horror. Chiedo solo rispetto per tutto ciò, rispetto per coloro che hanno perso la vita e per chi ha perso dei familiari, perché nessuno è contento della situazione che si è creata. Spero che le persone inizino ad informarsi e usare il cervello anziché generalizzare tutto. La disinformazione porta solo al panico. #iononsonounvirus #imnotavirus #我不是病毒

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