HATING: RESPONSABILITÀ 2.0

Quando si parla di hosting e cyberbullismo e di conseguenze relative alle nostre azioni sui social networks.

Un grande esempio di quello che potrebbe succedere pubblicando una semplice foto tramite l’utilizzo di un qualsiasi dispositivo ci è fornito dal nuovo spot Huawei che dovrebbe essere preso ad esempio da molti. Il claim della campagna “It’s In Your Hands” rende a pieno il concetto di responsabilità che sta dietro ad ogni materiale pubblicato.

Oggi più che mail la figura dell’hater ha dei risvolti nella vita reale. Nella stragrande maggioranza dei casi il signor nessuno che ti augura la morte dietro ad una tastiera non avrebbe nemmeno il coraggio di guardarti negli occhi nella vita reale. Purtroppo i social stanno prendendo sempre più la forma di un ring dove i leoni da tastiera si divertono a tirarsi scazzottate virtuali, forti dell’anonimato e della protezione che viene loro fornita dal monitor: tutto questo nella vita reale non sarebbe pensabile!

L’osservatorio vox ha condotto un’analisi di 2,6 milioni di tweet in un anno stilando la classifica dei bersagli preferiti per le shitstorm:

63% donne
10,8% omosessuali
10% migranti
6,4% diversamente abili
2,2% ebrei

Questi dati sono preoccupanti perchè riflettono a pieno quelli che storicamente sono stati i gruppi soggetti a discriminazione da parte della società.

 

L’errore sta nel pensare che i cyberbulli o i leoni da tastiera siano degli esseri alieni, che non possiamo conoscere: sono persone come noi, in molti casi sono i nostri amici o quelli che casualmente incontriamo tutti i giorni per strada.

Il tempo che passiamo però su internet non deve essere considerato e non può essere considerato come una seconda vita astratta, soprattutto se si prende in considerazione l’approccio dei più giovani al web: quasi la metà dei giovani tra gli 11 e i 25 anni passa almeno 6 ore al giorno online, non si tratta più di una porzione di tempo breve nell’arco della giornata ma assume un peso che lo porta ad essere considerato utile per essere reale.

John Suler, professore di Psicologia alla Rider University, ha scritto un manuale che ci permette di capire meglio l’interazione che abbiamo con la rete intitolato The online disinhibition effect (L’effetto disinibitorio della rete). Le caratteristiche delle interazioni che abbiamo in maniera attiva davanti ad uno schermo sono molteplici.
Uno dei più importanti è sicuramente l’anonimia dissociativa, ovvero la forma di mediazione che gli strumenti che ci permetto di essere online ci fanno credere di ottenere, come se lo schermo ci proteggesse e non facesse si che quello che stiamo facendo o scrivendo sia reale fino in fondo.
L’invisibilità fornita dalla rete ci supporta nel coraggio, dandoci la forza di compiere azioni che nemmeno ci saremmo sognati di compiere.
L’asincronia ci permette invece di non ottenere una reazione immediata da parte dell’interlocutore offrendoci un tempo maggiore per preparare una controffensiva peggiore.
Altro tema da non sottovalutare è l’immaginazione dissociativa: l’opportunità di creare un alter ego immaginario virtuale che non subisce le conseguenze delle proprie azioni nella stessa maniera della vita reale.

Si parla di cyberbullismo quando le azioni che compiamo hanno conseguenze molto gravi sulle vittime, poiché riguarda una fascia d’età condizionabile e delicata. Stando ai dati della polizia postale oltre 350 minori hanno subito violenze on line, sette vittime su dieci però non chiedono aiuto e più della metà ha pensato al suicidio. In molti casi l’hater è un compagno o comunque un coetaneo della vittima che agisce per via telematica sostituendo i luoghi di incontro con uno spazio virtuale in cui l’odio e la persecuzione possono amplificarsi a dismisura: si è passati dal corridoio della scuola alla chat condivisa.

La trasmissione “le iene” porta a galla questo fenomeno attraverso il “faccia a faccia col suo hater” dove smaschera i leoni da tastiera che insultano i vip. É un esperimento molto interessante che, oltre che nella maggior parte dei casi portare alle scuse da parte del “molestatore” pieno di vergogna e imbarazzo, cui porta a comprendere l’estrema differenza che c’è tra realtà e social networks.

Purtroppo manca alla base un’educazione al rispetto nel web come nella vita reale, una sorta di educazione all’uso del web in una maniera consapevole e sana. Bisognerebbe far capire alle nuove (e vecchie) generazioni che quello che si scrive on line lo si sta scrivendo davvero e per sempre, assumendosene tutte le responsabilità del caso come persona e non come entità immaginaria generata dalla rete. Non fare su internet quello che non ti passerebbe per la testa di fare nella vita reale. Non dimentichiamolo.

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