Moby Duck, come una flotta di papere di plastica ci ha insegnato qualcosa

Nel 1992 29mila papere di plastica riversate in mezzo al Pacifico potrebbero avere avuto un impatto diverso rispetto a oggi, considerando anche che il primo browser ha visto la luce un anno dopo e, per quanto immediato, il mondo non era ancora a portata di social. Se questa storia vi é nuova é assolutamente normale, anche se alcuni di voi potrebbero invece averne già sentito parlare.

Durante una burrasca abbattutasi in un punto specifico del Pacifico (N 44° 42′, E 178° 06′), uno dei container della nave cargo Ever Laurel con destinazione Tacoma, Stati Uniti, precipitò in acqua. Al suo interno 28.800 paperelle di plastica gialle, come quelle presenti nelle vasche da bagno delle sit-com.

Ma cosa può aver generato un evento così inusuale in mezzo agli anni 90, senza l’ombra di mezzo social network in circolazione? Mettetevi nei panni di chi, col proprio cane o con la propria fidanzata decide di fare una passeggiata al mare e si ritrova decine, forse centinaia di gialle e sorridenti papere di plastiche sul bagnasciuga. In America, ma anche in Giappone, Australia, Cile e con gli anni persino Inghilterra e sulla costa Orientale degli Stati Uniti. Primo insegnamento! L’acqua si muove, e con essa le cose che ci galleggiano sopra, attraverso correnti oceaniche e altre cause meteorologiche.

É internet a portare a galla le migliaia di papere in giro per il mondo, tra le prime teorie del complotto e i primi esaltati collezionisti di ebay, decisi a crearsi un’esclusiva collezione di papere giocattolo di ogni sbiadita sfumatura possibile o per ambire, perché no, alla totalità delle papere/pirata.

Nonostante siano ormai passati 26 anni la storia di Moby Duck continua sporadicamente a essere discussa. Nel 2011 Donovan Hohn ha deciso di dedicarci un intero testo, trattando l’argomento da ogni possibile angolazione e con ogni possibile approccio. Nel 2006 invece Seat sfrutta la storia per lo spot della Toledo; il claim recita “straordinaria, dall’inizio alla fine”, mostrando una mappa che dal pacifico si propaga verso le coste dei ritrovamenti delle papere. Un giro di affari non indifferente

Strano come un banale oggetto di plastica sia riuscito a entrare così profondamente nella cultura popolare contemporanea, purtroppo anche come simbolo e testimonianza che la plastica in mare non si biodecompone neanche un po’. Per quanto le vicende siano state favorevoli a produttori di giocattoli e ambientalisti attraverso il mondo, forse più semplicemente il trash e l’inutile non passeranno mai di moda, colpa anche dei miliardi di usi e versioni che le povere papere hanno dovuto subire negli anni.

E voi che papera preferireste? Contattaci per trovare la paperella giusta per te o la tua azienda!

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